09/05/2012
ANDREA PARODI
Nasce a Porto Torres, da padre ligure e madre sarda, quindi da una parte di terra ed una di mare, in giusta misura pur essendo alla fine il mare il padrone di ogni sentimento.
Si affaccia alla vita attraverso la porta del mare, guardando e superando l'orizzonte, grazie all'intuito e lo spirito da pioniere che in ogni circostanza lo contraddistinguerà.
Capitano di lungo corso, diplomato all'Istituto Nautico di Porto Torres, e successivamente, docente presso lo stesso Istituto, eccellente e geniale pescatore subacqueo, trascorrerà ore, giorni, anni immerso nell'oro della Sardegna: l'acqua. Venti anni di partiture di pesci nel pentagramma della sua vita.
Dopo una lunga esperienza con la musica leggera nel gruppo Sole Nero nato subito nel 1977 con immediate fortune di concorsi, pubblico e critica, la logica evoluzione in quel laboratorio denominato Coro degli Angeli e la fondamentale scuola che negli anni ottanta con Gianni Morandi su disco e durante tournee in ogni parte del mondo, mette le fondamenta per l'approccio finale con palcoscenico come unico protagonista.
E' un incrocio di pianeti lontani, Mogol, Asimov, Marras che lo mette insieme a Gino Marielli e Gigi Camedda nel 1988 per il pianeta Tazenda.
Con questa meravigliosa "scusa" ci saranno due Festival di Sanremo, la prima volta nel 1991, al fianco di Pierangelo Bertoli con la storica "Spunta la luna dal monte", e la seconda volta l'anno successivo con "Pitzinnos in sa gherra" da vero protagonista.
Parodi impone così al largo pubblico il filone della canzone di ispirazione etnica e folk, aprendo la strada alle successive partecipazioni della Nuova Compagnia di Canto Popolare, Enzo Gragnaniello e Avion Travel.
Dello stesso anno al Festivalbar con "Preghiera Semplice" i Tazenda sono al vertice del loro successo. Ma è con i classici del repertorio sardo come " No potho reposare"" che la voce di Andrea tocca livelli mai raggiunti prima da altri esecutori.
E nuove strade come Mintoi con Gianni Nocenzi in un progetto che vede riuniti le star della voce in un progetto Soft Song a tutt'oggi non ancora bene esplorato ma dove mettere radici è facile come per un fenicottero trasformare uno stagno in un Oceano.
Voce e forza della musica etnica italiana, dunque, una lunga carriera costellata di successi e premi prestigiosi, tra i quali il Tenco, Recanati e l'internazionale di poesia Nosside).
Nel 1997 la decisione di voltare pagina e uscire dai Tazenda per intraprendere la carriera solista. Decisione logica e giusta, pur nel rischio che comporta ed infatti il suo primo cd solista Abacada non è un grande successo nè può esserlo, in quanto sparito l'orpello pop e la canzone come coro da stadio.
La musica lo richiama a sè nelle sue forme più brevi e minimali, arcaiche eppure ultratecnologiche, Abacada è il risveglio e il risveglio non è mai clamore.
Dalle esperienze etno-rock decide poi di dedicarsi alla musica mediterranea a partire da un progetto interamente acustico (Abacada), per poi proseguire in ricerche e progetti di collaborazione tra le diverse culture, attraverso lo strumento della cultura e della lingua sarda.
Riceve prestigiosi premi, come PREMIO LUNEZIA 2005, per la neo-nata sezione "etno-music", Premio Maria Carta 2006, Premio Citta Di Othoca 2006,
Talent scout e produttore discografico, è produttore di 3 CD, tra i quali "Meridies" di Marino De Rosas.
Regista e documentarista (realizzerà quasi tutti i video dei Tazenda, numerosi documentari sulla Sardegna e recentemente un VideoArt girato nell'isola), oltre che musicista ed interprete, da sempre pioniere per vocazione.
Ci saranno a seguire i progetti con Rino Zurzulo, la scoperta del repertorio sudamericano attraverso Silvio Rodriguez e Caetano Veloso, e certe frange jazz eleganti come quadri di Biasi e certi rosa graniti delle marine.
Proprio negli ultimi anni raggiunge perfezione stilistica e consenso collaborando con Noa e con Al Di Meola, un cd live come "Midsummer Night in Sardinia" vale tutti i telegatti, ed il tour con in giro per l'Europa con questo riconosciuto stregone delle sei corde è confortato da un sold out praticamente ovunque faccia tappa.
Acquisisce quindi prestigio nell'ambito etno-jazz, e partecipa a prestigiosi festival internazionali, tra cui il "North Sea Jazz festival" di Cape Town (Sudafrica), "Fira della Manresa" (Spagna), il "Festival delle Percussioni di Louga" (Senegal) interagendo così con musicisti di vario genere e nazionalità.
Tredici CD e varie collaborazioni (tra le quali "Nuvole" di Fabrizio De Andrè, "Soft Songs" di Gianni Nocenzi, "Amorgos" e "Terra Maris" degli Indaco, "Nun è acqua" di Massimo Ranieri, "Creuza de ma" di Mauro Pagani), compare nella compilation di World Music - Il giro del mondo in musica (Amiata Records) quale interprete per l'Italia accanto ai nomi di Miriam Makeba per il Sud Africa, Youssou N'Dour per il Senegal e Compay Segundo per Cuba.
A testimonianza del suo impegno nel mondo della musica etnica e folk e della sua sensibilità per le minoranze linguistiche, la collaborazione con il gruppo provenzale Troubaires de Coumboscuro (attuali Marlevar), l'esibizione al Teatro Lirico di Cagliari nello spettacolo TERRACUZA TO insieme al quartetto vocale pugliese Faraualla e alla cantante israeliana Noa, con cui duetta in tre brani, dando voce al connubio musicale e artistico tra la cultura sarda e quella israeliana, e infine la collaborazione con Al Di Meola nel progetto Armentos.
La Riunione dei Tazenda nel 2005, al di là dello scontato successo sulla scia di emozioni più o meno legittime è come un sigillo, è la prova che comunque Andrea Parodi è una figura insostituibile nella scena musicale sarda, non solo come esecutore ma come vero e proprio artista a tempo pieno.
L'ultimo concerto il 22 settembre 2006 all'Anfiteatro Romano di Cagliari, resterà probabilmente uno dei momenti più alti della scena musicale sarda: il tributo, la commozione e lo struggente senso d'addio di quella serata diventano uno dei più completi documentari video della storia della musica sarda.
07:56 Scritto da : Lisa in BIOGRAFIAS -LITERATURA, Hyknusa (Sardegna) | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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Espanol: En loor de multitudes
En loor de multitudes
Aunque parezca mentira a más de uno, aunque varios visitantes del Museo de los Horrores así nos lo han indicado, la expresión correcta es en olor de multitudes y nunca debe decirse *en loor de multitudes, por más que se piense (como así nos lo escribe Carmen Cedillo Miguel), que se trata de un «uso verdaderamente nauseabundo si imaginamos los efluvios propios de los sudores en masa».
En olor de multitudes es una frase hecha formada por analogía de otra, que todos aceptamos como correcta sin ningún problema: En olor de santidad, que se utiliza para indicar buena fama o reputación:
No parece un político que esté en olor de santidad; todo el mundo le critica y hasta se ríen de él
(Diccionario fraseológico del español moderno de F. Varela y H. Kubarth)
Pero mientras nadie dice en *en loor de santidad, sí que parece que olor en la expresión en olor de multitudes se trata de «un gazapo pestilente» (así nos lo escribe Leonardo Turek). Por eso se busca otra palabra, esta vez más culta (hipercorrección), con una identidad fónica similar, loor, cuyo significado (elogio, alabanza) parece alejarse de un uso que en principio sorprende a muchos.
07:46 Scritto da : Lisa in Diccionarios y Gramatica | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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08/05/2012
Jorge Boccanera

Jorge Boccanera
DATOS BIOBIBLIOGRÁFICOS
Nació en Bahía Blanca, Argentina, en 1952. Vivió largo tiempo en México y Centroamérica. Poeta y periodista, ha publicado además libros de crónica y de ensayo.
Libros publicados
Poesía
Los espantapájaros suicidas, 1974
Contraseña, 1976
Música de Fagot y piernas de Victoria, 1979
Los ojos del pájaro quemado, 1979
Polvo para morder, 1986
Marimba, 1986
Sordomuda, 1991
Bestias en un hotel de paso
Historias de vida
Ángeles Trotamundos, 1993
Ángeles Trotamundos II, 1996
Malas Compañías, 1997
Premios y distinciones
Premio "Casa de las Américas" de Cuba, 1976
Premio Nacional de Poesía Joven de México, 1977
Antologías
Entre 1978 y 1982 preparó un panorama de poesía hispanoamericana en varios volúmenes:
La novísima poesía latinoamericana
Poesía rebelde en Latinoamérica
La nueva poesía amorosa de América Latina
Poesía contemporánea de America Latina
Palabra de mujer
El poeta y la muerte.
García Lorca / Poesía, 1994
Raúl González Tuñón, Juancito Caminador, 1998
Compilaciones
Voces y fragmentos, (poesía argentina), 1981
Poesía joven de Argentina, 1982,
Traducciones
Su poesía ha sido traducida a varios idiomas.
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Espanol:Enfrentar / enfrentarse
Enfrentar / enfrentarse
El verbo enfrentar significa ‘poner frente a frente’ cuando es transitivo; es decir, cuando lleva un complemento. Mientras que al utilizar como pronominal, enfrentarse, estamos indicando "hacer frente a algo o a alguien", y entonces contamos también con un sinónimo: afrontar.
Por eso, aunque es muy común, es mejor no utilizar el verbo enfrentar en su uso pronominal en ejemplo como: El país enfrenta una crisis inquietante.
Lo más adecuado será: El país se enfrenta a una crisis inquietante.
El país afronta una crisis inquietante.
Hay que tener cuidado con el uso adecuado de los verbos pronominales y no pronominales, ya que se pueden cometer numerosos errores:
a) Uso de verbos pronominales como no pronominales En esta carrera sólo clasifican los cinco primeros.
En esta carrera sólo se clasifican los cinco primeros.
Nuestro compañero recupera muy bien de su enfermedad.
Nuestro compañero se recupera muy bien de su enfermedad.
b) Uso de verbos no pronominales como pronominales No me recuerdo de tu nombre.
No recuerdo tu nombre.
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LA CASA

Non sempre possiamo scegliere la casa in cui dobbiamo vivere. Però senza ombra
di dubbio, la casa in cui vivremo ci forgia come "astucci della vita".
Scappai che ero ancora una lattante, dalla casa in cui nacqui. Con le sue
pareti bianche, spoglie di ornamenti e robuste finestre di legno a guardia
dell'intimità. Avevo si e no 2 anni, e alla mia mente si affaccia il ricordo
di una bambina con un vestitino di lino, già metodica e tessitrice dei tempi
che per lei sarebbero venuti.
Per disgrazia vennero gli anni dell'esilio, fu triste, fu triste!
Però invece di farmi abbattere da grandi ombre, fedele alla mia memoria,
cominciai a comporre monologhi e inventaarmi personaggi, che rendessero meno
miserabile e tetra quella grande stanza divisa da ua tenda.
Nacque così la "conchiglia con lo zaino", a cui presto e annualmente si
univano dei morbidi e teneri pulcini, che finivano puntualmente in padella una
volta ingrassati. Penso sia per questo che non ho più mangiato carne.
In questa mia casa crescevano distrattamente piante rare, indifese, che io
collocavo in un immaginario balcone, che improvvisavo la domenica prima di
andare all'oratorio.
Sembravamo una legione di esseri senza destino, dispersi gli uni negli altri,
disegnati dalla casualità.
Cosa mi riporta a queste cose? Forse la compagine delle ore, delle immagini di
tutte le immagini, di me senza me.
O una possibile voce, un gesto indivisibile; nel riflesso dell'aria la mia
storia reale. Mi guardo, come si guarda la faccia di un ritratto infinito e
unico. Infine un disordine ingovernabile riunisce vita e oblìo.
Ci fu negata l'amicizia e la solidarietà, per gli originari eravamo l'erba
cattiva, e noi, bambini di allora provammo sulla nostra pelle il razzismo,
e lamentarsi non serviva niente, era normale. Eravamo come bestie da
addomesticare. E queste sono cose, che la pelle di un bambino non dimentica,
che la mente di un bambino ingigantisce e un giorno vendica.
Giocavo con bambole di stracci e pane, bevevo miele e alcool per addolcire le
parole. Ma dov'ero, quando mi rifiutavo di guardare il nuovo mattino?
Il sogno mi faceva prigioniera, strappandomi al giorno e alla luce, all'incubo
della realtà.
Mi ricordo molto bene un canzonetta che diceva che 17 bottiglie di whishy non
faranno di un vecchio marinaio un uomo più onesto, nè di una ballerina di
night, una donna capace d'amare.
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07/05/2012
Le sabbie della vita
Una storia Sufi che ci accompagna nel mistero dell'esistenza. Un viaggio alla scoperta dell'autenticità e della realizzazione personale. Utilizzando l'immagine del fiume, metafora della vita, Osho ci parla della fiducia e della verità, della molteplicità e dell'unità, con una visione poetica che ci spinge a raggiungere nuove profondità e nuove altitudini. E ci porta a vedere con nuovi occhi la realtà che ci circonda.
"Viene un momento nella vita
in cui ti trovi di fronte un deserto,
quando tutta la conoscenza si rivela futile,
il passato è irrilevante,
tutte le abitudini,
i modi abituali di pensare e di comportarsi,
semplicemente non hanno più un senso.
Quel momento di crisi,
quel momento in cui si ha di fronte un deserto,
è importantissimo.
Se riesci a essere coraggioso a sufficienza per rischiare,
verrai trasformato."
Osho
Un fiume, dalla sorgente sulle montagne lontane, dopo aver attraversato paesaggi di ogni genere e forma, raggiunse alla fine le sabbie del deserto. Come aveva superato ogni altro ostacolo, il fiume cercò di superare anche questo, ma correndo nella sabbia s’accorse che le sue acque scomparivano.
Poesia
Il sufismo vi conduce da una sorpresa all'altra, sempre più in profondità nel paese delle meraviglie… non fornisce mai una spiegazione completa di qualcosa. Offre solo piccoli, piccolissimi accenni, lampi d'intuizione. Non fila né tesse filosofie: fila e tesse storie, aneddoti, metafore, parabole, poesia. Non è metafisica, è metafora.
Seduzione
La storia Sufi vi inebria a poco a poco, gradatamente, ma inevitabilmente. La storia Sufi ha in sé una poesia, un ritmo. La storia Sufi deve essere contemplata, non meditata. La storia Sufi deve essere assimilata, sorseggiata come un tè, goduta in uno stato d'animo rilassato.
Verità
La verità deve essere incontrata, non essere pensata. La verità deve essere vissuta, non creduta. La verità non è una conclusione: non si perviene alla verità tramite un processo sillogistico. La verità è presente! Tu sei verità, gli alberi sono verità, gli uccelli sono verità, il sole, la luna. La verità è ovunque… non è necessario pensarla. Vivila!
La tua storia
Non sei venuto qui all'improvviso, non sei qui per un caso accidentale. Sei stato qui da sempre e per sempre. Dall'eternità, il tuo fiume scorre, scorre, e continua a scorrere da montagne lontane che hai completamente dimenticato, da una sorgente... di cui non hai più nessuna idea.
Deserto
Questo è un fenomeno strano: quando una persona ha tutto ciò di cui ha bisogno, si trova di fronte al deserto. Hai tutto ciò che desideravi… hai tutto quello che avevi sempre sognato, ora non è rimasto più nulla da sognare: è arrivato il deserto.
Il nuovo
Quando una situazione è nuova, sii nuovo! Sii inventivo! Lascia perdere il passato! Guarda con occhio diverso! Fa’ in modo che la tua consapevolezza risponda al nuovo. E non aver paura di errori o sbagli, perché in una situazione nuova l'unico errore imperdonabile è quello di usare qualcosa che è stato utile in un’altra situazione!
La risposta
Se ascolti la situazione, il problema che ti trovi di fronte, la crisi che attraversi; se ascolti in silenzio la crisi stessa, scoprirai la chiave per aprire la porta. Nel problema è presente la soluzione... Nel male è nascosta la medicina, la cura. Se sei in grado di affrontare il problema senza risposte a priori, il problema ti bisbiglierà, ti dirà come può essere risolto.
Senza paura
Questo fiume scorre, da secoli nei secoli... e questo fiume scorrerà anche nei secoli a venire. Continua, da un’eternità a un’altra eternità. Voi siete la trama dell'universo. Non scomparirete. Anche se sparite molte volte, rimanete: l'essenziale rimane. Solo il non-essenziale continua a scomparire, ma il non-essenziale non siete voi.
07:32 Scritto da : Lisa in MENTE/FILOSOFIA/BIENESTAR | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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Espanol: *En base a
*En base a
Esta locución es, sin duda, una de las más utilizadas hoy en día... de las peor utilizadas, junto a a nivel de.
La locución en base a procede del lenguaje forense, y en su lugar, deberían emplearse construcciones como: basándonos en...
basándose en...
sobre la base de...
en relación con...
por...
De este modo, ¿no suenan mejor las siguientes frases con otras construcciones, que proceden del libro de Leonardo Gómez Torrego, Manual del español correcto (Madrid, Arco Libros, 1992)? «Trataremos de aglutinar las fuerzas de centro-derecha en base a los acuerdos adoptados por el congreso extraordinario del partido...»
«Trataremos de aglutinar las fuerzas de centro-derecha basándonos en los acuerdos adoptados por el congreso extraordinario del partido...»
«Trataremos de aglutinar las fuerzas de centro-derecha tomando como base los acuerdos adoptados por el congreso extraordinario del partido...»
«Los expulsamos del partido en base a unas declaraciones inoportunas.»
«Los expulsamos del partido a causa de unas declaraciones inoportunas.»
«Los expulsamos del partido por unas declaraciones inoportunas.»
07:13 Scritto da : Lisa in Diccionarios y Gramatica | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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Espanol: Duodécimo/decimosegundo/doceavo
Duodécimo/decimosegundo/doceavo
Por un lado, existen los adjetivos ORDINALES, que indican orden o sucesión:
Vivo en el piso sexto
Como adjetivos que son, pueden sustantivarse («vivo en el sexto»), y como modificadores del sustantivo que son, comparten las mismas funciones que los adjetivos, con su variación de género («vivo en la sexta casa») o su variabilidad en la colocación: antes o después del sustantivo («el piso sexto»/«el sexto piso»).
Los ordinales son los siguientes: 1º: primero (o primer)
2º: segundo
3º: tercero (o tercer)
4º: cuarto
5º: quinto
6º: sexto
7º: séptimo
8º: octavo
9º: noveno (o nono)
10º: décimo
11º: undécimo
12º: duodécimo
13º: decimotercero (o decimotercio)
14º: decimocuarto
15º: decimoquinto
16º: decimosexto
17º: decimoséptimo
18º: decimoctavo
19º: decimonoveno (decimonono)
20º: vigésimo
21º: vigésimo primero (o vigesimoprimero)
22º: vigésimo segundo (o vigesimosegundo)...
30º: trigésimo
40º: cuadragésimo
50º: quincuagésimo
60º: sexagésimo
70º: septuagésimo
80º: octogésimo
90º: nonagésimo...
100º: centésimo
101º: centésimo primero
110º: centésimo décimo...
200º: ducentésimo
300º: tricentésimo
400º: cuadringentésimo
500º: quingentésimo
600º: sexcentésimo
700º: septingentésimo
800º: octingentésimo
900º: noningentésimo...
1000º: milésimo...
Es un error muy frecuente el uso de *decimoprimero y *decimosegundo, por analogía con el resto de las formas; sin embargo, las formas correctas son undécimo y duodécimo, respectivamente.
Por otro lado, dentro de los numerales, también existe una subclase: los PARTITIVOS, que se forman con el sufijo -avo unido a un numeral cardinal:
onceavo (o onzavo)
doceavo (o dozavo)
treceavo...
Su función es indicar las partes iguales en que se divide la unidad, de las cuales se nombra una:
La onceava parte...
Un doceavo...
La dieciochava parte...
Es muy corriente el uso de partitivos para indicar orden o sucesión: doceavo por duodécimo, treceavo por décimo tercero, etc... Sin embargo,
la doceava parte de una tarta
nada tiene que ver con
la tarta duodécima (que nunca *decimosegunda)
07:10 Scritto da : Lisa in Diccionarios y Gramatica | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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06/05/2012
Pastelitos de guayaba

Vamos a aprender como hacer unos pastelitos de guayaba comprando la masa ya preparada.
Hoy en día con los avances que existen se nos simplifica muchísimo el trabajo en la cocina, por ejemplo compramos la masa para los pasteles ya preparada y solo tenemos que rellenarlos, otro día os daré la receta de la masa para aquellos que prefieran hacerla en el momento.
Aqui en España, por lo menos en la zona donde yo resido es muy difícil, por no decir imposible, conseguir guayabas en fruta, como de todas formas para rellenar los pasteles primero tenemos que hacer dulce de guayaba, en este caso decidí comprar la guayaba ya hecha dulce, de la que viene en barra, y con esto haremos unos pastelitos deliciosos y muy fáciles de hacer.
Preparación
Compramos las barras de dulce de guayaba, lo cortamos en trozos y los ponemos a fuego muy suave en una cacerola con un vaso de agua y un chorro de zumo de limón, dejamos que cueza hasta que se derrita bien todo y se haga una mermelada bien espesa:
Ahora cogemos la masa de hojaldre que hemos comprado ya preparada y la desenrrollamos, le quitamos la hoja de papel protector de la parte de arriba dejando el de abajo, la colocamos en el molde y cubrimos con mermelada solo la mitad para poder doblar sobre si misma la otra mitad o si tenemos un molde mas grande podemos untar toda la masa y cubrir con otra masa entera, no olvidar mojar con agua y una brocha los bordes de la masa para que pegue una con otra:
Batir un huevo con una cucharada de azúcar glas y con la ayuda de una brocha, pintamos la superficie de nuestro pastel, poner al horno a 180 grados aproximadamente 10 minutos, sacar y cortar en porciones. Pueden comerse ligeramente tibios o a temperatura ambiente, si se comen tibios, mucho cuidado con el relleno, la mermelada guarda mucho el calor y podemos abrasarnos la lengua.
Este tipo de masa puede rellenarse al gusto, con dulce de coco en almíbar, con mermelada de cualquier fruta, también pueden rellenarse de jamón y queso, o de picadillo de carne, o pescado, o pisto de verduras y legumbres, en fin poner imaginación y probad variantes. Bon profit, buen apetito.
17:53 Scritto da : Lisa in Somos todos cocineros. | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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Depressione ansia e panico: mali curabili
17:13 Scritto da : Lisa in MENTE/FILOSOFIA/BIENESTAR | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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LILIANA
LILIANA
La prima volta che incontrai (o meglio vidi passare) Liliana, rimasi catturata
dalla sua aria altezzosa e dalla sua andatura elegante.
Era indubbiamente molto bella, viso dai lineamenti cesellati finemente, capelli lunghi e una magnifica pelliccia.
Veniva ad occupare col suo compagno, un bilocale del tutto simile al mio e contiguo al mio.
Come si suole tra buoni vicini, approfondimmo la conoscenza e tra le cose personali che mi raccontò (e che qui non riporto), mi rimase impressa questa frase:
-Io non amo come gli altri, ne aspetto che mi amino. Io amo per convinzione,
io amo per dipendenza, per vocazione.
Io non amo come gli altri, nè prometto amore eterno, amo fino a quando il sole muore, o fino a quando albeggia.
Cerco l'amore sotto i sassi, sotto i cuscini, nei sogni ....e a volte amo
mentre cammino.-
Inutile dire che, dopo aver ascoltato queste bellissime parole, la mia ammirazione crebbe, e mi resi conto che avevamo in comune la passione per la scrittura, scoprendo infine che il suo incedere elegante era dovuto in parte al suo lavoro di insegnante di fitness.
Aveva alle spalle una realtà simile a quella di molte altre donne, un matrimonio finito, due figli e questa storia nata nella distanza, ma che
per la dedizione che vedevo tra lei e il suo compagno, ritenevo sarebbe diventata sempre più importante.
Liliana non risiedeva stabilmente in questa casa, faceva la spola tra la sua regione d'origine dove aveva anche il lavoro e il nostro minuscolo e addormentato paese, aprofittando di vacanze, ferie e della malattia.
Non ci vedevamo spesso, dato che io lavoravo, e quando tornavo era già abbastanza tardi, non mi sembrava il caso di andarla a disturbare.
Nel giro di poco tempo lei perse due persone care e ciò la fece precipitare in una depressione, da cui faticava ad uscire, o forse non ne aveva voglia.
Era molto sofferente, e il suo viso ne portava i segni. Anche la sua voglia di relazionarsi non era più la stessa, ed io ad un certo punto ero davvero preoccupata...era così cambiata la mia amica, ed io non riuscivo a penetrare la sua corazza. Non rispondeva nemmeno quando bussavo alla sua porta, passava quasi tutta la giornata a letto, o a giocare a carte sul computer.
Pensava molto Liliana, pensava! E certe vicende interne alla sua famiglia la addoloravano. Era veramente rimasta delusa tantissime volte, rimanendo per settimane e talvolta mesi, piena solo del vuoto che la rottura di un legame creduto indissolubile le lasciava. Ma soprattutto le risuonavano in testa tutti i luoghi comuni.
Era sempre così quando ci vedevamo. Il tempo scivolava via veloce senza che ce ne rendessimo conto. Stavamo a parlare per ore, lei non era serena, si arrovellava con pensieri strani che poi richiamano altri pensieri.
“Ti è mai capitato di pensare relativamente alla tua vita… è se tutto questo finisse? Così, da un momento all’altro? Una mattina ti svegli, ti sembra una noiosa e normale mattina come tutte le altre. Pensi alle cose che dovrai fare durante la giornata, ma non ti immagini neanche che dietro l’angolo… di lì a qualche ora potrebbe accadere qualcosa che in un istante, dico… in un solo attimo… andrà a sconvolgere tutto quello che hai faticosamente costruito fino ad ora in tutta la tua esistenza? In un secondo… è questo che a volte mi sconvolge. Forse perchè ci sono già passata troppe volte e non potrei sopportare oltre."
Una, una stella almeno, illuminerà la strada della protagonista di questa storia che vive l’oggi e teme il domani?
E lo temeva così tanto che non riusciva a godere la piacevolezza della vita quotidiana che non le negava soddisfazioni e gioie.
Il suo viso era sempre severo, pronto alla difesa, e i suoi occhi, di un verde acqua marina, erano spesso sbarrati sulla frase di quel qualcuno che l’aveva pronunciata, lasciando a quella persona il dubbio di aver sbagliato qualcosa.
Quante cose non capiamo di noi stessi? Un miscuglio sbagliato di ingredienti, avvelena l’anima.
Liliana pensava in sequenza obbligata, a quattro cose: buona giornata, ringrazio Dio per essere qui a poterlo pensare; è ora che inizi la mia giornata; vado a farmi un caffè e a fumarmi una sigaretta. Ma poi ci pensava su e rimaneva a crogiolarsi tra le morbide lenzuola.
Finchè un giorno mi disse che voleva tagliarsi i capelli e cambiare colore.
Questo mi lasciò perplessa, e pensai che voleva cambiare per non doversi riconoscere in quella donna che amava così poco la vita, che non accettava un fisico che stava drammaticamente cambiando, una donna che dava molto spazio al rancore. Aveva una sorta di verginità emozionale, che nessuno, neanche il suo uomo, riusciva a penetrare.
Amo molto Liliana e mi è dispiaciuto separarmi da lei....è stata l'unica che mi ha preparato un piatto di pasta, mentre ero affacendata col trasloco.
E mi rendo conto di quanta acqua sia passata sotto i ponti e di quanti momenti belli e brutti abbiamo condiviso....
Spesso la chiamo, le scrivo e non mi risponde facendomi preoccupare...poi riappare giustificando le assenze ad alcuni brutti momenti che non riesce ancora a gestire.
Vorrei che non si scoraggiasse davanti a niente, e che gli ostacoli l'animassero, la esaltassero e la rafforzassero.
16:31 Scritto da : Lisa in De todo un blog | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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CESAR BISSO
César Bisso
PALABRAS PRELIMINARES
(Apuntes sobre la creación)
Elegir el río como un testimonio de la eternidad: un viaje sin final, un andar que no cesa.
También el poema es andar que no cesa. Todos los siglos de la humanidad están insertos en la palabra poética, en esa diosa blanca que transita las noches y los días entre milagros y holocaustos.
El río es viaje sin final. No es vida que va a dar a la mar, que es el morir, como exalta la copla de Manrique. El río nunca muere. La muerte es límite. El río no tiene fronteras. Sí, orillas desde dónde mirar.
Pero no fronteras que interrumpan la mirada.
El sentir de Heráclito se apoya en otro sino: el permanente devenir. Andar del río es andar por dentro de uno mismo. La movilidad del universo tiene el ritmo de nuestra mirada. Desde allí el río se convierte en un viaje eterno. Todo pasa y nada permanece.
Para el río todo transcurre porque no hay regreso. De la escritura tampoco se regresa.
Desde la orilla, hacia adentro de sus aguas, el devenir de la magia, la belleza, la constelación de las palabras. Afuera, a espaldas del poema,la búsqueda de la verdad, el discernimiento entre el bien y el mal, los hombres y sus instituciones, el fervor por la moral y la justicia: esa religión que pocos profesan. Entonces, el regreso al río, donde todo es leve, donde nada es estable, donde ni siquiera se necesita juzgar.
Ah, los poetas que eligieron el andar de la poesía por el río. Juanele estará siempre ante su Gualeguay porque es la duración del silencio; Ungaretti nunca dejará de creer que los ríos fueron todas las épocas de la vida; Yeats volverá a buscarse a sí mismo en alguna imagen ribereña; Pedroni seguirá cantando al río esperanzador; García Lorca continuará tras el amor que desde el Guadalquivir se fue por el aire; Huidobro andará en busca del río que ya no vuelve; Alvaro Mutis proseguirá curando heridas de navegantes por otros ríos febriles y exuberantes; Francisco Madariaga estará siempre marcado por un dolor y un destino casi fluvial.
Volver a la vieja idea del río como centro de uno mismo. Porque el río no ofrece, no quita, no ordena. El río anda por dentro de sí, con la libertad de quien nada demanda. El poema también navega por dentro de su propio silencio. Y sólo se revela frente a lo inesperado.
El silencio no es rechazo del habla, dice Blanchot. Es cierto. El poema dimensiona otro tipo de silencio: allí donde se aprehende el mirar, el acontecer, el liberar, el reproducir. Un poeta nunca hará hablar al silencio, pero ningún poeta duda que el silencio es el gran poema que desea escribir.
La dicha es saber escuchar el silencio. La angustia es no poder escuchar ni siquiera a nosotros mismos.
Lugares, personajes, historias: excusas del creador. Sólo el lenguaje otorga identidad al poema.
El poema altera la esencia. El río, la existencia.
Ni esencia ni existencia. El poema enciende, ilumina, funde, quema.
Pero no es fuego que permanece siempre igual. No necesita preceder a nadie ni existir por nadie. Por eso se transforma en río y se expande, se multiplica. Para no ser espejo de sí mismo.
Es en la durabilidad del viaje cuando el río nos parece eterno. No podemos comprender su rumbo y su destino si nada cambia en nosotros mismos. Sólo cuando movilizamos lo más profundo del alma el poema comienza a tener sentido. Y advertimos que nos re-escribe. Nos traslada tan adentro de uno, como si necesitáramos llegar hasta el fondo más obscuro del río para descubrir que existe la luz.
Qué es mirar hacia dónde el río? Pregunta que responden, a través del poema, Ortíz, Ungaretti, Yeats, Pedroni, García Lorca, Huidobro, Mutis, Madariaga. Y tantos otros que construyeron una mirada. Y también aquellos, que jamás responderán, porque no supieron cómo mirar. Quien mira el río siempre estará esperando que el poema explote entre los ojos. Porque sabe que poéticamente sólo existe lo que ve en ese preciso instante.
No hay territorio imposible para el río. La irrevocabilidad de su rumbo permite aspirar a los sueños más absurdos. ¿Acaso los reyes feudales no pretendían medir las tierras conquistadas por todo el largo de las márgenes? Ambición y río se parecen: son incesantes y eternos.
Muy a pesar de la incorregible historia de los hombres, el río va.
El viaje es eterno. Ni vértigo ni quietud. Sólo imprevisibilidad. Si el rumbo tiene certeza deja de ser río.
Más lentamente el andar del poema. Para él nunca es demasiado tarde.
DATOS BIOBIBLIOGRÁFICOS
César Bisso nació en Santa Fe, en 1952. Actualmente se encuentra radicado en Buenos Aires. Es sociólogo, periodista y docente universitario.
Libros publicados
Poemas y cuentos del taller, coautor, Editorial Colmegna, Santa Fe, 1975
La agonía del silencio, Editorial Colmegna, Santa Fe, 1976
El límite de los días, Editorial Lux, Santa Fe, 1986
El otro río, Editorial Calle Abajo, Buenos Aires, 1990
A pesar de nosotros (Editorial Correo Latino, Buenos Aires, 1991
Contramuros, Libros de Tierra Firme, 1995
Isla adentro Ediciones Culturales Santafesinas, 1999
Inédito
Lluvias.
Antologías y colaboraciones
Ha participado en numerosas antologías y en suplementos y revistas culturales del país y del extranjero.
Premios y distinciones
Obtuvo premios y menciones en diversos certámenes de poesía.
Premio Trienal de Poesía José Pedroni, 1994/97, por Isla adentro, otorgado por la Provincia de Santa Fe
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05/05/2012
español: *Dijistes, *vinistes
*Dijistes, *vinistes
En la lengua hablada, aunque se considera un rasgo de vulgarismo, se va extendiendo el uso de una s final en las formas del pretérito indefinido (o perfecto simple) de segunda persona del singular. Muchos de nuestros visitantes al Museo nos lo indican en sus cartas; pero lo grave es que empieza también a reflejarse en la lengua escrita, y en especial, en la prensa.
El pretérito indefinido es un tiempo verbal del modo indicativo, que expresa una acción anterior a aquella en la que se encuentra el hablante, cuya terminación ya se ha consumado. Pero, lo que ahora nos importa es el paradigma, con un ejemplo muy común: el verbo decir.
Yo dije
Tú dijiste
Él dijo
Nosotros dijimos
Vosotros dijisteis
Ellos dijeron
Pero, por analogía con el resto de los tiempos verbales (dices, decías, dirás...), a la segunda persona (tú) se le añade como vulgarismo una –s final, y así encontramos el vulgarismo: Tú *dijistes
En la norma meridional del español y en las variedades lingüísticas americanas, también se encuentra encuentra este problema.
Vos *dijistes
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Salvador Biedma

Jacobo Fijman dijo, en una entrevista con Vicente Zito Lema, "La poesía es ciencia. Algunos la consideran categoría inferior. Y sin embargo, ella fundamenta todas las ciencias. La química sin poesía se convierte en nada. Y el mismo ejemplo se extiende a todas las disciplinas". Las definiciones que se han hecho y se pueden hacer sobre la poesía son muchísimas, pero yo ahora elijo ésta, aunque no sé hasta qué punto es cierta.
Creo que la poesía tiene un componente lúdico importante: es jugar con las palabras como si fueran nuevas, como si no las conociéramos de antemano, tomándolas en un sentido más bien absoluto, que incluye tanto el sentido como la sonoridad y el ritmo.
Después hay tipos que dicen que en poesía hay que hablar de "ti" o de "vos" o de "che" o como fuera, tipos que tratan de imponer reglas de ese tipo o fórmulas; quienes dicen que hoy no se puede escribir poesía trabajando con un "ti", no ven, por ejemplo, las cosas que hace Spinetta.
Me gusta Spinetta, me gustan cosas de Rubén Darío, de Armando Uribe, de José Ángel Valente, de Pablo Ferreyra, de Mario Santos (sobre todo, "17 formas de llevarse un cigarrillo a la boca"), de muchos... Y digo que me gustan cosas porque creo que no hay ningún poeta del que a uno le guste absolutamente todo.
Me interesan, en general, los trabajos abiertos, que permiten las múltiples lecturas. El Indio Solari decía, en 1987, en una entrevista: "Hay letras donde pasa lo mismo que con los chistes de Marrone, que los escuchás por tercera vez y ya te parecen malos, previsibles. Esas letras no tienen una lectura enigmática, donde podés entrar por la simple resonancia que tiene el maridaje de dos palabras que suenan bien musicalmente, pero que además propone una lectura desde alguna significación". Concuerdo con eso, y me permito citarlo porque admiro al Indio y porque es un pensamiento que yo ya tenía, y que el tipo expresa de manera perfecta.
DATOS BIOBIBLIOGRÁFICOS
Nació en 1979, escribe y, entre otras cosas, es co-director de “La mala palabra”
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Concepción Bertone

Mi sentir sobre la poesía
Ahora, aún en esta etapa de mi vida, la poesía sigue siendo para mí ese espacio de libertad interior, íntimo e inexpresable como la gracia de haber nacido con esta vocación. Cuando comencé la escuela primaria ya sabía leer y escribir porque mi tía Catalina, la hermana menor de mi padre, era casi una niña cuando yo nací y jugaba conmigo “a la maestra”, como se suele decir familiarmente. Sin saberlo, ella me daba la herramienta que estimulaba mi pensamiento y mi asombro ante el mundo que podía pronunciarse, ser dicho, nombrado.
Era y sigo siendo un ser solitario y contemplativo. Siempre siento que la gente ve lo exterior de mí y me resume en eso, que nadie me conoce ni quiere hacerlo, salvo Olga Orozco, en un instante que compartimos —que fue infinito—, y ante mi timidez ella escribió en un papel, que conservo como reliquia, una frase que me definía profundamente.
Y también Marosa Di Giorgio, en su columna de Posdata, la revista uruguaya, donde escribió a modo de una reseña de Citas, una semblanza sobre mi libro y mi persona. Cuando ella generosamente me la envió a la dirección del taller que yo tenía en la librería de Armando Vites, con sus saludos manuscritos con un bolígrafo rojo en la tapa, me sorprendí ante la humildad y la grandeza de su gesto. Lloré cuando leí no sólo lo que decía de mi libro, sino lo que pensaba sobre mi interioridad. Sus palabras me hicieron reconciliar con mi esencia y con mi destinación en la escritura, con ese velado reproche a mi propio desinterés por la búsqueda de una independencia material a cambio de la espiritual, que quizás puedan ir juntas, pero que en mí nunca se dio plenamente.
Ella debe haber comprado el libro, porque no se lo di por pudor. Sólo compartimos algunos momentos en uno de los ciclos del Ricardo Rojas, en Buenos Aires, ya que en lugar de quedarme a conversar en la sobremesa de las cenas, yo me iba a jugar al billar con los poetas que se escapaban a jugar al billar. Pero esas dos mujeres extraordinarias me miraron y me vieron. Esa mujer que ellas vieron y que yo soy, es la que escribe poemas desde la niñez, a sabiendas que es un camino arduo, que es un compromiso inquebrantable con la palabra, que esa palabra se vuelve más importante que una misma y por eso me da la libertad de encontrarme cada día con la felicidad de la anonimia, con ese sentimiento o estado de gratitud que me permite descalzarme y pisar la tierra firme de mi jardín, cuidarlo, regarlo, verlo florecer, morir a las estaciones que son su tiempo de dejar caer semillas, y de volver a retoñar, en esos ciclos de muerte y resurrección en los que nos emparentamos con la naturaleza. Y que fueron, son y serán el punto de apoyo de la mirada de todos los poetas. El fiel de la balanza de la mirada que pesa el sentido de la vida y de la poesía. Eso. Asombrarme cotidianamente con los colibríes que habitan en mis árboles y sentir la presencia de lo sagrado, que no está en el cielo sino a ras del piso, siempre entornando mi existencia desde que nací.
Como también la realidad en su crudeza, la crueldad de este mundo masacrado por un puñado de seres finitos, ciegos de poder. Hombres breves, pequeños, dueños de todo menos de ellos mismos, jugando con el mundo y lo infinito. A la hora de escribir, eso prima para mí. Me ubica exactamente en el por qué escribo y desde dónde escribo. Entonces acontece, cuando acontece, el poema. Y lo agradezco como si me fuera dado, como se agradece un bien debido: la vista, el tacto, el oído, la capacidad de amar; lo que no se negocia ni renuncia: los seres amados, la poesía, la vida como debería ser. Y en esa lid, cuerpo a cuerpo, por esas cosas que no se negocian ni se renuncian, resisto.
Es decir, amo sin una media tinta y escribo de la misma manera que amo.
DATOS BIOBIBLIOGRÁFICOS
Libros publicados
De la piel hacia adentro, Edición del autor, Rosario, 1973
El vuelo inmóvil, Ediciones La Cachimba, Rosario, 1983
Citas, Ediciones Bajo la luna, Buenos Aires-Rosario, 1993
Aria Da Capo, Ediciones del Dock y Revista La Guacha, Buenos Aires, 2006
Otros poemas:
Elegía para Juan Manuel Inchauspe”, Mención de Honor Fondo Nacional de Las Artes, 2006
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AUTOSTIMA/AUTOESTIMA
16:14 Scritto da : Lisa in MENTE/FILOSOFIA/BIENESTAR | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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04/05/2012
Tercetos
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POESIA QUECHUA
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03/05/2012
español:Detrás de mí / *detrás mío
Detrás de mí / *detrás mío
Los posesivos nunca pueden acompañar a los adverbios, por esta razón en la norma del español peninsular, es incorrecta la utilización de expresiones como las siguientes: delante mío/mía
cerca nuestro/nuestra
detrás tuyo/tuya
Pero no hay que olvidar que estas expresiones son muy frecuentes en Hispanoamérica, en algunas zonas meridionales de la península ibérica, así como en Canarias.
Los adverbios se complementan con grupos formados por la preposición de seguidos del pronombre tónico correspondiente: Delante de mí
Cerca de nosotros
Detrás de ti
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Julio Bepre

PALABRAS PRELIMINARES
Una mínima poética
Roger Mounier afirma que vivimos un tiempo de rotundo desplazamiento hacia la imagen, con una resistencia ostensible hacia la palabra escrita. Esto es consecuencia de la masificación y el consumismo a que nos ha llevado la exacerbación de los valores exclusivamente materiales. Pero además existe un grave fenómeno de incomunicación: nos conducimos como si fuéramos islas: cada ser debe intentar trabajosamente la relación con su semejante, adhiriéndose a un estereotipado y languidecente lenguaje, que las más de las veces sólo le ofrece fracasos. Es verdadero aquello de que las sociedades de este siglo constituyen "multitudes solitarias".
La poesía es, inversamente, un alto llamado al despliegue de lo espiritual, correspondiéndoles a los poetas proceder con urgencia a vincular trascendentemente a los hombres. La poesía, merced a la creación del poeta, debe extender y profundizar el poder del Amor.
Es preciso también comprender que el problema del poeta no está acotado sólo en el decir, sino que debe intentar llegar adonde las mismas palabras no pueden arribar, conforme lo destacaba Eugenio Montale. Todo arte -y la poesía más que ninguno- es una tentativa para entrever el misterio y ultimidad de lo existente, mas nunca se logrará la aprehensión completa del valor intuido.
Mis propuestas han surgido de una honesta y ardua necesidad de captar el lirismo inserto en la realidad; de allí en adelante, me sentiría sobradamente justificado si alguna vez una línea escrita por mi mano pudiera conmover por un segundo a alguien. Después de eso ¿qué puede importar todo el olvido que arrima fatalmente el tiempo?
DATOS BIOBIBLIOGRÁFICOS
Julio Bepré nació en Córdoba (Argentina) en 1940. Residió en distintas ciudades del país, radicándose finalmente en Buenos Aires. Es abogado y ha enseñado literatura y derecho.
Libros publicados
Año del inicio (1972) que integró con otros textos
El día y la advertencia (Francisco Colombo, 1974)
Rastro de la proximidad (Corregidor, 1981)
Ráfaga o sueño (Fundación Argentina para la Poesía, 1984)
Persistencia (Alción, Córdoba, 1985)
Nacer del olvido (Empresa Poética, 1988)
Demora en el mundo (Alción, 1990)
Antología breve (Correo Latino,1991)
El mar es una sed (Argos, Córdoba, 1993)
Palabra de mi boca, que mereció una distinción en el Concurso Luis Jose de Tejeda 1993, organizado por la Dirección de Cultura de la Municipalidad de Córdoba con publicación de la obra
No hay día sin noche (Argos, 1996).
Tiene inéditos otros poemarios y ha integrado distintas antologías.
Ensayos
Ha publicado ensayos y estudios críticos en publicaciones del país y del extranjero.
Traducciones
Tradujo a poetas italianos de este siglo y fue, a su vez, traducido al italiano.
Membresía
Es Secretario General de la Fundación Argentina para la Poesía, dirigiendo las publicaciones de dicha entidad.
Otras actividades
Integró el consejo de redacción de distintas publicaciones literarias .
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02/05/2012
Murales






09:20 Scritto da : Lisa in Hyknusa (Sardegna) | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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UNO ES UNO...........
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01/05/2012
LEYENDAS DE FINLANDIA
08:23 Scritto da : Lisa in hojas de libros | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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LA VIDA DE LAZARILLO DE TORMES
08:00 Scritto da : Lisa in hojas de libros | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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Respiro e scrivo
07:56 Scritto da : Lisa in MENTE/FILOSOFIA/BIENESTAR | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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30/04/2012
I 100 sintomi della fibromialgia
08:39 Scritto da : Lisa in MENTE/FILOSOFIA/BIENESTAR | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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Edgar Bayley

PALABRAS PRELIMINARES
UNA DIFÍCIL ESPERANZA
por Rodolfo Alonso
A la memoria
de Edgar Bayley,
que llegó a ser ejemplar
sin proponérselo
¡Viva la inteligencia! ¡Muera la muerte! Esta significativa inversión de aquel siniestro apotegma ("¡Muera la inteligencia! ¡Viva la muerte!") con que el no menos siniestro general Millán Astray, allá a comienzos de la sublevación franquista contra la legítima República española, llegó a provocar en Salamanca la justificada y saludable reacción de todo un Unamuno, que me hallé silabeando un día casi por azar, llegó a parecerme luego, además, y sin perder por supuesto aquellas otras resonancias, casi la más cercana definición, el más claro linaje de esa vida y esa obra que podemos seguir llamando Edgar Bayley (1919-1990).
Porque si algo lo caracterizó, como intelectual y como artista, fue el ejercicio de una meridiana capacidad de raciocinio, de una luminosa claridad de pensamiento que, casi desde un comienzo, y de una forma quizás orgánica, constitucional, innata, siempre estuvo vigilada en sus posibles desbordes, en el entrevisto, imaginado o temido riesgo de sus posibles carencias y excesos, por un hondo y fundamental apego con la vida, por una fecunda riqueza existencial.
Claro que a ello deberíamos añadir, si es que quisiéramos ir precisando su retrato para quienes no lo conocieron en persona, una no menos orgánica aversión por la solemnidad y la grandilocuencia, por la autosuficiencia y la falta de sentido del humor, que lo llevaron a manifestarse siempre y no pocas veces hasta con exceso, pero con dignidad indeclinable, pagando su precio, como ajeno a toda componenda, a toda manipulación, a todo conciliábulo. Por eso, ahora, cuando la muerte, como suele ocurrir, va dejando a las obras cada vez más distantes de la existencia concreta del autor, va colocando a los textos directamente en primer plano, alejándolos cada vez más de las anécdotas que pudieron darles sustento o cauce, espero que se presente para nuestra cultura una inmejorable oportunidad de acceder, sin prejuicios ni malentendidos, a la luminosa y fecunda fuente de rigor y candor que representa, en la historia de la literatura argentina, la personalidad y la palabra de Edgar Bayley.
Cuando el destino tuvo a bien colocarme, allá en mi primera adolescencia, a fines de 1951, en contacto con "Poesía Buenos Aires", aquella legendaria revista argentina de vanguardia que sin su fundador y principal mentor, Raúl Gustavo Aguirre, nunca hubiera llegado a cubrir con sus treinta números trimestrales la entera década de los años cincuenta, la presencia de Edgar Bayley se presentaba ya en aquella constelación, en el grupo más o menos estable que se había ido conformando, como un astro a la vez central pero con órbita propia. Si por un lado se aceptaba abiertamente que la aparición, en 1944, del primer número de la revista "Arturo" y, al año siguiente, 1945, la constitución de la Asociación Arte Concreto-Invención, donde confluyeron los más despojados y rigurosos exponentes de las artes visuales y del lirismo, los pintores concretos y los poetas invencionistas, resultaban de algún modo las fuentes de nuestra genealogía, también es verdad que, al mismo tiempo, la evolución personal de Bayley y de la gran mayoría de los más asiduos participantes de "Poesía Buenos Aires", iba a irse alejando por propia maduración, por propia deriva de su ser más legítimo, de cualquier ortodoxia, del más mínimo asomo de dogmatismo.
Porque si los concretos y los invencionistas ponían el acento con riguroso énfasis en la "no expresión, no representación, ningún significado" pero también en la "alegría" y en la "negación de toda melancolía" (como reza ya explícitamente la primera página de "Invención 2" (1945), en el mismísimo primer número de "Poesía Buenos Aires" –cinco años después- es el propio Bayley quien, al concluir un pequeño suelto denominado precisamente "Invencionismo", se preocupa por aclarar que esa designación se realiza "sin insistir demasiado en ello y a título provisorio". Y al culminar su "Realidad interna y función de la poesía" (ese texto que "Poesía Buenos Aires" reimprimió como folleto el mismo año de su publicación en dos números de la revista, 1952, y que luego iba a dar título y ocupar el lugar inicial en su primer libro de ensayos, homónimo, de 1966), decía más que claramente: "he querido poner el espíritu crítico al servicio de la inocencia". Y muchos años después, al reunir nuevamente sus ensayos en "Estado de alerta y estado de inocencia", de 1989 -por otro lado, un título suficientemente esclarecedor-, seguía afirmando: "No se gana la poesía desertando de la inteligencia; no se gana la inteligencia desertando del fervor, de la inocencia, de la poesía misma." Yo creo que, aún ahora, y mucho me temo que cada vez más (al menos hasta que no dé un vuelco en alguna medida favorable la situación que nos aflige), esos conceptos continúan teniendo espléndida vigencia. Todavía esas palabras a la vez nos exigen y nos nutren, nos convocan y nos cimentan, son nuestra esperanza y son, también, al mismo tiempo, ineludiblemente, nuestro desafío.
Se trata de una actitud que él iba a mantener a lo largo de toda su vida y que, de algún modo, como en todo creador raigalmente auténtico, nos contagia las tensiones que fecundan su obra. Tensiones que, en su caso, no eran por supuesto solamente intelectuales o mentales sino que -estoy prácticamente seguro- se desprenden de su propia, peculiar, irrenunciable manera de ser y de encarar la vida. En las primeras líneas del prólogo que escribió para su "Antología personal" (1983), dice Bayley: "No voy a aducir, para descargar responsabilidades, que he procurado adoptar un punto de vista poético, tanto para vivir como para manejar las palabras, y que de ese intento o propósito se deriva el modo como he vivido y he escrito." Pero es evidente que el sólo hecho de mencionar juntas a la poesía y a la vida, como era habitual en él con todos los recaudos personales del caso, y de mencionarlas en ese preciso lugar, les otorga una destacada significación.
Para mí, que tuve la suerte de conocerlo desde muy joven, resulta por eso y por lo menos inquietante esta oportunidad de presentarlo a otros. A otros que, si bien son sus legítimos destinatarios, esos apasionados y exigentes lectores con que él siempre imaginó estar dialogando, para quienes siempre sintió estar escribiendo, aunque en su vida todavía no hubieran alcanzado el número merecido, no tuvieron (como quienes frecuentamos su trato) la oportunidad de ser influidos en la percepción de su obra por su peculiar estilo, por su inocencia disfrazada de ironía, por su buen humor jamás exento de inteligencia, por su saludable desasimiento en suma de toda impostación, pero también por sus sorpresivas mudanzas de genio o de carácter, por su despierta ironía, siempre aguda pero jamás agresiva, y mucho menos siniestra.
A ellos, a esos nuevos, muchos y bienvenidos lectores siento que puedo decirles, en cambio, que esa manera de vivir es la misma que guió su manera de escribir. Y que, por lo tanto, como él mismo nos lo dejó dicho una y otra vez, la misma luz de una ética de la inteligencia y de la más exigente fraternidad iluminó a la vez su conducta y su producción, su vida y su arte. Y que sería tan absurdo proponerse escindirlas como permitir que sus anécdotas e incluso su leyenda, con ser tan verdaderas como auténticas, nos impidan percibir la rigurosa claridad de su lirismo y de su talento, nos opaquen la limpidez de su luminosa inteligencia.
Cosa en la cual él mismo, bien lo sé, es responsable de lo suyo. Algo me dice que fue su innato pudor pero también su profundo pundonor, su certidumbre de que se debía ser exigente pero sin caer en la solemnidad, su apuesta casi innata por la vanguardia y la bohemia antes que por el conformismo y el orden establecido, lo que le hizo comportarse, manifestarse siempre de tal manera que fuera imposible canonizarlo, sacralizarlo, idolizarlo. (Como alguna vez puntualizó Raúl Gustavo Aguirre con respecto a "Poesía Buenos Aires", también de Edgar Bayley podía decirse -sin el más mínimo temor a equivocarse- que "tendrá a bien no devenir institución".) Intuyo que ésa fue, quizás, desde siempre, la lucha de su espíritu por lograr que la potencia de su raciocinio no desecara las fuentes frescas de lo vivo. El eligió mantenerse, firme, en la tierra de nadie. Que no es en absoluto un lugar cómodo o, mucho menos aún, de privilegio: "Tierra de nadie, aridez del rechazo propio. Rechazo de los otros, sangre del desamor. Dominio del cuidado. Estrategia del desprecio."
Y ese combate, esa contienda tal vez consigo mismo pero también con otros, y con otros valores, implicaba siempre en la irrecusable libertad del arte una responsabilidad ética, individual y social, de algún modo inmanente pero que se hacía explícita en gestos concretos. Y que no siempre fueron percibidos pero que hoy, precisamente, en estos tiempos de desidia y de desdén, deberían volver a ser calibrados, en primer lugar por quienes se proponen ser artistas o escritores.
Ya al comienzo de su trabajo sobre Oliverio Girondo, incluido en su segundo libro de ensayos (1989), Bayley destaca en primer lugar "la evocación de su jovialidad, de su humor". Es algo que a quienes lo conocimos no deja de hacernos sonreir, porque de inmediato nos hace acordar de la propia jovialidad, del humor de Edgar, que era proverbial y permanente. Un humor que en él rondaba siempre los límites del escenario, y que no sólo iba a manifestarse en su propia producción teatral sino, también, en la concreción y en la encarnación de ese singularísimo y funambulesco personaje, el Dr. Pi, ¿en cierto modo un alter ego?, cuyas aventuras él se solazaba en representar vívidamente cuando tenía ocasión de leerlas en público. (Y al pensar en esto no puedo dejar de citar, aunque por aquel entonces no fuera santo de su devoción, a Raúl González Tuñón: "que todo en broma se toma. / Todo, menos la canción.", un límpido concepto sin duda revelador y que resulta tan justo, tan nítido precisamente en relación con alguien como Bayley.)
En nuestra literatura ha habido casos de altas personalidades un poco por suerte fuera de lo común, que a los ojos de la mayoría han sido enmascarados en su dimensión más honda, en su verdadera dimensión, incluso por su legítima excentricidad. Hubo, por ejemplo, una época en que Macedonio Fernández o Juan L. Ortiz no eran recordados sino por sus anécdotas. Todos sabemos que eso no es nada más que la apariencia. Y aunque los trascendidos, los sucedidos, las circunstancias sin duda extraordinarias de la aparente vida cotidiana, son parte fundamental, importantísima en la existencia de cualquiera, y también por supuesto en la vida de los artistas, sobre todo de artistas como el que aquí nos convoca, siento el temor de que con él nos pase también como con aquellos significativos creadores, y nos quedemos en la mera superficie, nos quedemos en las anécdotas, por divertidas o significativas que sean, y no lleguemos a percibir la hondura, la profundidad, la originalidad, la trascendencia en el mejor sentido, que tiene la personalidad, la obra y la vida de Edgar Bayley.
Por ese motivo voy a tratar de prescindir de las anécdotas, para ver si podemos enfocar la cuestión desde otro punto de vista. En la constelación constituida por el grupo reunido durante la década de los cincuenta alrededor de "Poesía Buenos Aires", como dije, si Raúl Gustavo Aguirre es el astro fijo que le da coherencia a todo el sistema, Edgar Bayley constituía una presencia que, sin estar muy cercana, sin ser de los íntimos que se reunían cada semana, se nos hacía presente permanentemente aun sin estarlo. El tenía otros círculos, otros movimientos planetarios, otras elipsis, otras parábolas para movilizarse, nunca se comportaba digamos de una manera normal, en el sentido directo, él procedía por alusiones, por entradas imprevistas, generalmente desde atrás, por apariciones repentinas, por olvidos, por presencias insólitas, por papeles olvidados que sin embargo para él eran fundamentales, nunca se comportaba de manera convencional, en el sentido incluso administrativo del término.
Su capacidad de raciocinio hondísimo, y al mismo tiempo sutilísimo, su capacidad de predicción, de anticipación, su capacidad de ver antes de tiempo cosas que iban a ocurrir después, convivían en él, al mismo tiempo, con una profunda modestia, no sólo personal, sino también intelectual, artística, una modestia de raza. No es casual, y tampoco es habitual en nuestra vida artística, que alguien que había llegado a ser no sólo jefe de escuela sino también el exigente teórico de un movimiento poético que, como el invencionismo, acentuaba en términos casi inimaginables la rigurosidad y el desprendimiento de todo lo accesorio, de todo lo que no fuera esencial para su estricto sentido del lirismo, se ponga a sí mismo reparos. Y esto es muy importante porque ya entonces se manifestaban allí esas dos características de Edgar Bayley que me parecen muy llamativas: su capacidad de razonamiento -muy profunda- y, al mismo tiempo, su capacidad humana de ponerle un límite, humano, a esa rigurosa inteligencia.
Así ocurre cuando, en el último número de "Poesía Buenos Aires", de la cual llegó a ser codirector, publica uno de sus lúcidos ensayos "Breve historia de algunas ideas acerca de la poesía", algo así como un balance o un análisis de sus propias teorías, que van evolucionando a lo largo del tiempo, en el sentido de ser cada vez más amplias y cada vez menos rígidas ("no creo, en modo alguno, en la superioridad estética de los caminos insólitos"). Pero, al mismo tiempo, manteniendo lo que tenían en el fondo de renovadoras, y sin poner el acento exclusivamente en lo formal, cosa de la cual por otro lado se había cuidado casi desde un comienzo: se habla allí, con claridad, de la garantía del "no poder hacer otra cosa" pero, también, lúcidamente, "de la jerarquía de esa forzosidad".
No se trata entonces del caso, por demás remanido y habitual, de aquellos que en los tiempos de su madurez claudican o reniegan de lo sostenido durante su juventud. Más bien, aquí, se trata precisamente de todo lo contrario. Y, en consecuencia, de algo por desdicha muy poco habitual en nuestras letras. Un gran artista que es también un lúcido, riguroso intelectual y que, desde un comienzo, aplica sus afinados instrumentos de juicio y evaluación a sabiendas, aceptando expresamente que se trata de una materia que, como la vida misma, no sólo reconoce sino que ama por ser precisamente imprevista, cambiante y mudable. Y que, como buen fabbro, no se obnubila en abstracciones: "Porque no creo que haya experiencias poéticas inefables, experiencias que se queden a mitad de camino y que no lleguen a las palabras."
Bayley es sin duda uno de nuestros grandes, de nuestros más límpidos poetas, pero es también uno de los ensayistas más lúcidos, más transparentes de la literatura argentina. Reléase por ejemplo "Realidad interna y función de la poesía", y podrá verse la capacidad de captación que implica, no sólo su conocimiento de la evolución de la poesía occidental sino también la forma en que logra detectar, dentro de ese vasto panorama, una serie de momentos precisos, nítidos, lúcidamente percibidos, que tienen que ver con cierto uso del lenguaje, con la metáfora, con la imagen, pero también por supuesto con su peculiar intuición del lirismo, y que si van obviamente hacia sus propias teorías iniciales no concluyen sin embargo de manera absoluta en ningún dogma.
Yo experimento con respecto a Edgar Bayley, y como me ha ocurrido no pocas veces en la Argentina, una sensación de derroche. Porque su obra, una obra que ha sido escudada por él mismo de la estolidez y de la vulgaridad con esta distancia, con este humor entre blanco y negro, con esta saludable antisolemnidad, con esta sonrisa sardónica, con esta autocrítica no diría feroz pero sí firme, permanente (que por otro lado era como vimos una práctica bastante común entre quienes lo rodeábamos: no solemnizarse, "no devenir institución"), en su propio país no ha sido aprehendida aún en lo que tiene de esencial y de nutricia, no ha sido digerida, no ha sido vuelta cultura, alimento vivo para todos. Todavía hoy, legítima victoria, como pudo decir Valéry de Mallarmé, sus poemas siguen siendo a lo mejor secretamente escandidos por solitarios jóvenes -o maduros- devotos en cada rincón de nuestra tierra. Y hasta puede ocurrir que aquella misma barrera autoerigida por él contra la solemnidad estupidizante conspire aún ahora para que no se tenga, donde corresponde, mayor conciencia, conciencia clara de la verdadera dimensión estética e intelectual de Bayley. (Lo cual, por cierto, como siempre, a él no habría de preocuparlo mucho. El supo siempre que, si bien "nunca terminará es infinita esta riqueza abandonada", también existen motivos para confiar en que, finalmente, "otros verán el mar".)
Hombre de amplios y profundos intereses, no es desacertado sostener que la poesía fue, con mucho, el dominio fundamental de su vida y de sus preocupaciones. Pero no sólo la poesía escrita, en esta y otras lenguas, y por lo tanto su traducción, sino también la reflexión sobre ella, ligada siempre con una experiencia particular, concreta ("contigo estoy / es mi argumento / no puede traducirse"), y no con meras generalizaciones, y también la poesía del teatro y la del humor, y por supuesto la poesía de las artes plásticas, de las artes visuales, que como vimos estuvo unida con sus mismos orígenes, así como una concreta preocupación por las relaciones entre arte, cultura, sociedad y política, también ligadas a sus primeros momentos, en el especialísimo contexto de la lucha mundial contra el fascismo y por la democracia, que de algún modo continuaron siempre presentes, signándola, a lo largo de su vida.
Que su escritor clave, su referente no sólo intelectual o de arte sino también de vida y de moral haya sido desde siempre Guillaume Apollinaire, con el cual yo intuyo se sentía incluso hasta identificado, nos habla de su sensualidad mediterránea, de su gozoso paladeo del lenguaje y de la belleza, inmersos en una visión solar y luminosa del mundo y de la vida ("no puedo decirlo de otro modo / vendrá un día vendrá un día / una mañana / y todo será muy claro y muy despierto"), que en Bayley reflejan casi explícitamente tanto títulos de sus libros ("El día") como de sus poemas ("El cielo se abre", "Una verdad al extremo del cielo", "Un sentido iluminado y abierto", "Mediodía", "Transparencia"), y que frente a la opacidad cuando no a los siniestros desmentidos del mundo real, no dejó de mantenerse siempre, incluso en comunicaciones personales, íntimas, lo que demuestra sin duda un persistente arraigo, como su irrefrenable adhesión a "una difícil esperanza".
El tenía una idea tan profunda de la libertad del artista, tan orgánica, tan visceral, que cada día se vuelve más emocionante y cada día resulta más deseable imaginarla habitual entre nosotros. Jamás se presentó a un premio literario, si revisamos su bibliografía veremos que prácticamente todos sus libros fueron editados en forma ajena al circuito comercial (muchos de ellos con el sello de "Poesía Buenos Aires" y por inspiración directa de Aguirre, y uno incluso mediante ese embrión de cooperativa de autores que bautizamos -no por cierto sin firme ingenuidad- Fondo de Escritores Asociados), nunca ejerció jamás las relaciones públicas, nunca permitió que hubiera promoción, ni mucho menos marketing, no hubo nada de eso. Pero lo que sí hay, todavía, nada menos, es el acaso derrochado pero de todos modos disponible, indeleble ejemplo de una honestidad artística, intelectual y humana que cada vez resulta, entre nosotros, por desgracia, y aunque silenciosa, más estruendosamente llamativa.
Partiendo de una inteligencia que como dije era absolutamente meridiana, desde un comienzo se percibe asimismo una convicción de que la inteligencia resulta necesaria sí, pero no suficiente, de que la razón no es suficiente. En las propias palabras de Edgar Bayley podemos encontrar manifestada una y otra vez esta aparente contradicción entre esa razón que se sabe luminosa, clarísima, razón sutil y, al mismo tiempo, también la conciencia de que hay que tener cuidado con esa razón, que no hay que dejarse manejar totalmente por esa razón, que hay algo más que esa razón. Si existe alguien a quien Edgar Bayley quiso y admiró como creador es sin duda, como dije, Guillaume Apollinaire. (Lo cual era, por supuesto, compartido. No es casual que el título que se eligió para la colección publicada por el mencionado Fondo fuera "La razón ardiente", una cita del bello poema "La linda pelirroja".) El talante de Bayley nunca fue magistral, apodíctico, ejemplarizador, sino más bien todo lo contrario. Si algo nos transmitía era por ósmosis, por contagio, y me animo a creer que su relación con Apollinaire era también, en gran medida, similar. Tanto que, a veces, llegué a pensar si no se había posesionado, en cierto modo, de él.
En el prólogo a la primera edición de sus ensayos (1966), él concluye afirmando: "La capacidad, por una parte, de negar toda salida en este o en cualquier mundo, de rechazar los valores y la ideología del conformismo y el miedo, de asumir en suma, hasta sus últimas consecuencias, la rebeldía y la desesperación, y, por otra, la voluntad de no disolver la propia voz en el desprecio y la agresividad, de afirmar una difícil esperanza, un modo de estar entre los hombres y las cosas, continuarán signando, como hasta ahora, la vida y el trabajo creador del poeta." Aquí hay, como se ve, una perfecta asunción de que el mundo es imperfecto, de que el mundo no sólo merece rebeldía sino que merece incluso desesperación, porque incluye una clara conciencia de que existen cosas que son dolorosamente casi irresolubles. Pero, a la vez, esa amarga constatación no lo conduce ni a la inercia ni al nihilismo, sino a afirmar una y otra vez, como vimos en privado o en público, en secreto o a voces, la irrenunciable percepción de "una difícil esperanza". Es una presencia ansiosamente viva, angustiosamente palpable y que, para él, nunca pudo quedar en un concepto apenas y que sostuvo, entonces, por ejemplo, permanentemente, en cada gesto, inclusive en su vida cotidiana.
En muchas de sus cartas personales y de sus dedicatorias, a lo largo de los años, se reitera una y otra vez esa misma bella y conmovedora imagen. La "difícil esperanza" era para Bayley algo vivido y razonado, algo entrañable y cierto, algo fundamental y hondo que en gran medida venía a resolver, en iluminadora síntesis, las ricas y generosas tensiones creadoras de su vida y de su obra. Tensiones que eran su mundo y que resultaban de su abierta y enriquecedora relación con el mundo.
¿Puede recordarse, sin la más mínima intención de menoscabarlo en absoluto, todo lo contrario que, como persona, aquel que nació como Edgar Maldonado Bayley no era para nada dúctil, ni maleable, sino más bien duro de boca, harto difícil de manejar? Su gentileza y su buen humor no fueron nunca complacientes Tampoco era muy explícito en aquello que lo tocaba en lo profundo, en lo íntimo. Porque era reservado, no distante. Burlón sí, pero discreto.
Hay una evolución en él, como intelectual y como hombre que es permanente, legítima, producto de su propio existir. Pero que, al parecer, lo sigue manteniendo siempre alrededor de aquello que entrevimos ya desde un comienzo: una inteligencia que se quiere meridiana pero con una actitud de vigilancia con respecto a la misma, para que no se transforme en un racionalismo, para que no se vuelva algo que seque las fuentes saludablemente inconscientes, naturalmente orgánicas de la poesía y de la vida misma, "ese mundo que, como poeta, no quisiera ver determinado nunca por vía de análisis", como afirmó tan lúcidamente al concluir ese texto clave que es "Realidad interna y función de la poesía".
En su segundo libro de ensayos (1989) donde, a diferencia del primero, los atisbos pueden llegar a parecernos a veces acaso más trascendentes que las concreciones, lo que no deja de ser otra prueba de su profunda honestidad y de su sinceridad para consigo mismo y para con la poesía, me parece evidente la tentativa (a la vez inalcanzable y necesaria, tan inextinguible como ineludible) de pretender rozar algo que él mismo sigue prefiriendo como indefinible: el misterio de la creación poética, la vieja inquietud que sabiéndose irresoluble vuelve a planteársenos una y otra vez. Y que sin duda tiene algo muy hondo que ver con el lenguaje general, con el lenguaje humano: ¿qué vuelve poema a unas palabras?, ¿qué hace que algo sea poesía o no?, ¿por qué algunas palabras son poesía y otras no?
Edgar Bayley pertenece a ese linaje de grandes poetas que, como Baudelaire y Apollinaire, no sólo fueron capaces de reflexionar sobre la poesía y el arte sino también de descubrir y anunciar nuevos valores y encabezar nuevos movimientos. Pero no porque se hubieran propuesto hacer docencia o hacer proselitismo, todo lo contrario, sino porque han sido artistas de raza, artistas exigidos, artistas de fondo, que han sentido que el ejercicio apasionado y sin dobleces de su propia poesía los llevaba, intensa y rigurosamente, a plantearse preguntas a esas cuestiones que sabían insolubles. Porque, como en tantas otras cosas, aquí también el camino sigue siendo más importante que la meta. Y la pregunta invalorablemente más preciosa que ninguna respuesta.
Durante aquel período tan doloroso que fue la última dictadura militar, y que coincidió con los altos años de su vida, Bayley se refugió en la frecuentación de poetas más jóvenes. Con ellos siguió mostrando la misma actitud de fondo que había mantenido toda su vida, y también con ellos llegó entonces, probablemente, a resultar magistral sin habérselo propuesto en absoluto. Pero la dimensión intelectual y artística de la obra literaria de Edgar Bayley no se limita a sus muchos amigos poetas y artistas.
Creo sinceramente que lo que más le hubiera gustado es seguir vivo, latente en las palabras que vivió, en el país, en el mundo, con los otros, en la evidencia compartida, en la exigente y tiernísima poesía, en inteligencia con el corazón y en el corazón de la inteligencia, en la difícil esperanza: "Una lucidez fraternal. Un nacimiento. El mundo llega a ser un tú. Canto. Luz en la piedra fecundada. Nos reconocemos. Luminoso cielo oscuro. Sangre del desamor enamorada. Rostro del hermano."
Quizás, en los tiempos difíciles, áridos y ácidos para la poesía que nos toca vivir, esta vida y esta obra se vuelvan cada vez más necesarias para mantener abiertas, fecundantes y fecundas, las esclusas del lenguaje, las dínamos del día. Pero una cosa es segura, esta personalidad y esta escritura constituyen la evidencia de una corriente original dentro del cuerpo de la poesía argentina contemporánea, una tendencia que renunció a la vez al sentimentalismo y la retórica, a la grandilocuencia y al cerebralismo, al formalismo y lo patético, que corrió el riesgo de permanecer fuera de todos los circuitos supuestamente prestigiosos para no ponerse fuera del alcance de la vida y que, aunque no demasiado frecuentada en estos tiempos, aunque hoy aparentemente dejada de lado cuando no obviada u obturada, no cesará de fluir si es que -como lo creo- está viva, no dejará de ofrecerse, incesantemente, ni desprecio ni rechazo, evidencia del lenguaje y rostro del hermano, razón y corazón, llama temblorosa en la tierra de nadie, "todo el viento del mundo".
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Gonzalo José Bartha
DATOS BIOBIBLIOGRÁFICOS
Nació en Mar del Plata, Argentina, el 3 de octubre de 1972. Es fotógrafo profesional y Diseñador Industrial egresado de la Universidad Nacional de Mar del Plata. Participó en salones y concursos de ambas ramas en su ciudad, Rosario y Buenos Aires.
Ha publicado en suplementos culturales de periódicos locales y colaboró en la puesta en marcha y mesas de lectura de ciclos literarios ("Poesía Abierta" y “Lectura, Música y Vino"), bajo la dirección de Osvaldo Picardo.
Se desempeña como director de gestión cultural en la Galería de Arte e Instituto de Enseñanza Artística KEOPS, Mar del Plata, teniendo a su cargo los asuntos propios de la galería, la búsqueda de propuestas y alternativas en el quehacer cultural de la ciudad, en un todo de acuerdo con el resto de las distintas instituciones y centro culturales, siendo también responsable del diseño de gestión publicitaria, destacándose las siguientes muestras y convocatorias:
Escuela de Cerámica y Escuela de Artes Plásticas “Martín Malharro”
Café literario semanal a cargo de Gastón Franchini
Ciclo de jazz con grupos locales
Ciclo de música de cámara con la Banda Sinfónica Municipal
Ciclo literario a cargo del Departamento de Letras de la Facultad de Humanidades (U.N.M.d.P.)
Ciclo de Tango con la colaboración de la Asociación Civil Tango 2000
Ciclo de unipersonales con artistas independientes de la ciudad.
Colabora en la producción editorial y comercialización, de la revista literaria "La Pecera", dirigida por Osvaldo Picardo, distribuida en el país y en el exterior.
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29/04/2012
Rafael Courtoisie

Rafael Courtoisie es uno de los escritores uruguayos destacados en las últimas décadas.
Su novela “Santo remedio” Madrid, Lengua de Trapo, 2006 fue elegida por algunas editoriales españolas y la Fundación Lara como una de las seis mejores novelas publicadas en español, durante 2006. En 2008 aparecerán las traducciones de “Santo remedio” al francés y rumano, entre otras.
Su libro “Cadáveres exquisitos” fue Premio de la Crítica. Su novela “Vida de Perro” obtuvo el Premio Nacional de Narrativa del Ministerio de Cultura del Uruguay y fue nominada al Premio Rómulo Gallegos, de Venezuela. “Tajos” y “Caras extrañas” son sus anteriores novelas publicadas en España. Las versiones italianas de “Tajos” (“Sfregi”) y de “Caras extrañas” (“Facce sconosciute”) fueron publicadas recientemente en Italia. Una adaptación teatral de “Tajos” fue estrenada en Buenos Aires en 2002 y otra en Santiago de Chile en el 2005.
La editorial Monte Ávila de Venezuela publicó este año, 2008 “Palabras de la noche”, una extensa antología de su obra poética. “Jaula abierta” (Madrid, 2004) y “Todo es poco” (Valencia, 2004) son sus títulos más recientes de poesía. “Amador”, en tanto, es un libro de prosa erótica, que apareció en Barcelona, España (editorial Thule), y en Uruguay.
Ha sido Profesor invitado en Florida State University (EE.UU.), Ohio University, Birmingham University (Inglaterra), entre otras. Profesor de Narrativa y Guion Cinematográfico en la Universidad Católica del Uruguay y en la Escuela de Cine del Uruguay.
Ha sido Profesor de Literatura Iberoamericana en el Centro de Formación de Profesores del Uruguay. Ha sido invitado por la Universidad de Iowa para formar parte del Internacional Writing Program. Es autor de varios volúmenes de cuentos y de cuatro novelas. Ha recibido numerosos premios nacionales e internacionales. Por su trayectoria le han conferido el Premio Fraternidad (Jerusalén) y el Premio Morosoli (auspiciado por la Cátedra UNESCO y la Asociación de Universidades del MERCOSUR).
Parte de su obra fue traducida al inglés, francés, italiano, rumano y turco, entre otros idiomas.
Premios
Ha recibido, entre otros, el Premio Fundación Loewe de Poesía (España, Editorial Visor, jurado presidido por Octavio Paz), el Premio Plural (México, jurado presidido por Juan Gelman), el Premio de Poesía del Ministerio de Cultura del Uruguay, el Premio Internacional Jaime Sabines (México) y el Premio Blas de Otero (España).
Comentarios
“Rafael Courtoisie es uno de los escritores latinoamericanos más descollantes y de más merecido prestigio. Sus rasgos predominantes son el rigor y la ironía siempre reveladora” Mario BENEDETTI (uruguayo, Premio Reina Sofía de España)
“En la obra de Courtoisie se destacan la gran precisión y a la vez una sorprendente libertad en el manejo del lenguaje”. Octavio PAZ (mexicano, Premio Nobel de Literatura)
Obra
Cuento
El Mar Interior (Uruguay, 1990)
El Mar Rojo (Uruguay, 1991)
El Mar de la Tranquilidad (Uruguay, 1995)
Cadáveres Exquisitos (Uruguay, 1995)
El Constructor de Sirenas (México, 1995)
Racconti (Italia,1996)
Agua Imposible (Uruguay, 1998)
The Red Sea (USA, 2004)
Amador (España, 2005)
Sabores del país (Uruguay, 2006)
Vida y Milagros (Uruguay, 2006)
Novela
Vida de perro (Uruguay, 1997)
Tajos (Uruguay 1999) - España, 2000)
Caras Extrañas (España, 2001)
Santo Remedio (España, 2006)
Poesía
Contrabando de Auroras (Uruguay, 1977)
Tiro de Gracia (Uruguay, 1981)
Orden de Cosas (Uruguay, 1986)
Cambio de Estado (Uruguay, 1990)
Textura (México 1992, Montevideo 1994),
Poetry is Crime (Canadá, 1994)
Las jaulas de la paciencia (Colombia, 1995)
Estado sólido (España, 1996)
Parva (España, 1996)
Poesie (Italia, 1996)
Umbría (Venezuela, 1999)
Fronteras de Umbría (Uruguay, 2002)
Música para sordos (México, 2002)
Jaula Abierta (España, 2004)
Todo es poco (España, 2004)
Antologías:
Instrucciones para Leer Ceniza (Colombia, 1994)
Palabras de la noche (Venezuela, 2006)
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María Mercedes Carranza

Biografía
En su infancia vivió varios años en Madrid, donde su padre, el poeta Eduardo Carranza, era agregado cultural de la embajada colombiana. Estudió Filosofía y Letras en las universidades de los Andes y Madrid.
Como periodista trabajó en los periódicos El Siglo y El Pueblo, dirigiendo las páginas literarias Vanguardia y Estravagario, respectivamente.
Fue jefa de redacción de Nueva Frontera.
Desde 1986 dirigió la Casa de poesía Silva en Bogotá.
Fue elegida Asamblea Nacional Constituyente de 1991 por la Alianza Democrática M-19.
Obras
Libros de poesía publicados:
Vainas y otros poemas (1972)
Tengo miedo (1983)
Maneras de desamor (1993)
Hola, soledad (1987)
El canto de las moscas (1997).
Otros libros:
Nueva poesía colombiana (1972)
Siete cuentistas jovenes (1972)
Estravagario (1976)
Antología de la poesía infantil colombiana´´ (1982)
Carranza por Carranza (sobre su padre Eduardo Carranza) (1985).
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